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“Marco, fai tardi anche oggi?” chiese Alessandro.
Concentrato com’era sul computer, Marco Colli trasalì. I capelli scuri e sottili gli coprivano a malapena una fronte alta, sopra un viso non bello, gli occhi e il naso troppo piccoli. Girò il collo per guardare il collega, che lo fissava facendo capolino dietro il vetro opaco che separava l’open-space dal corridoio. I colleghi con cui Marco condivideva l’ufficio se n’erano già andati e lui aveva perso la cognizione del tempo. Salutò Alessandro senza alzarsi, ruotando completamente sulla sedia.
“Ma che ore sono?” gli chiese.
“Sono le sette passate, è ora di andare… Io sto andando a fare un aperitivo con Christian, sei dei nostri?”
Marco guardò Alessandro, che aveva quell’espressione cordiale che lui trovava quasi fastidiosa. Si toccò la base del naso con l’indice: “Mmh… credo di dover restare ancora un po’… dove andate, magari vi raggiungo…”
“Non so… ti dico, non abbiamo ancora deciso.”
“Mmh… facciamo così, se finisco presto ti chiamo…”
“Ok, come vuoi… ci vediamo domani alla riunione?”
“Che riunione?” chiese Marco.
“Il planning di Acomplia con il Marketing. Ci sono praticamente tut…” Alessandro si grattò la testa. Era ancora in piedi, metà dentro e metà fuori l’open-space, il corpo dinoccolato seminascosto dalla vetrata. “Ma non ti è arrivata la mail? Rendez-vous domani alle undici in sala Zolpidem.”
“Zolpidem? Quindi siete in tanti… io però non ne so nulla… Di chi è il progetto?”
“Del Bestetti.”
“Ah.” Marco storse la bocca. “Il caro vecchio Gianca.”
“Se vuoi magari domani provo a indagare.”
“Lascia stare Ale… di cose da fare ce ne ho fin troppe.”
“Va beh, come vuoi… Ciao. Magari ci vediamo dopo.”
Marco seguì con lo sguardo l’ombra di Alessandro dietro il vetro opaco, lo guardò attendere l’ascensore, sentì il TIN con cui si aprirono le porte, e lo vide alzare la mano a mo’ di saluto.
“Ciao” ricambiò “e salutami Nicki.”
“Non mancherò” gridò Ale già dentro l’ascensore “non lavorare troppo.”
Le porte si richiusero. Il silenzio invase il corridoio e l’open-space.
Non lavorare troppo… già, ma la verità è che da almeno un’ora stava cazzeggiando, perso in rete dietro a notizie e gossip di cui pure non gli interessava nulla.
Si alzò e si stiracchiò. Ci voleva una pausa, e poi avrebbe ripreso, almeno un’oretta, giusto per tirare le otto e mezzo, così a casa non avrebbe incrociato Simona, che il giovedì aveva il corso di pilates. La sua compagna aveva sempre amato andare in palestra e seguire tutti quei corsi che ‘purificano’ il corpo, tanto più se erano alla moda, ma negli ultimi tempi la sua era diventata una vera e propria fissazione. Marco aveva preso a rinfacciarglielo, ma poi si era reso conto di preferire che Simona fosse in palestra piuttosto che a casa a litigare con lui.
Andando alla sala-break salutò con un cenno della testa il tipo della reception che spingeva un carrello cigolante con le lettere e i pacchi da consegnare. Nel piano non c’era quasi più nessuno, solo dall’ufficio di un dirigente s’intravedeva ancora una luce filtrare da sotto la porta.
Marco uscì nel terrazzino per fumarsi una sigaretta. Nonostante il sole avesse battuto per tutto il giorno, spingendo molti a sfilarsi la giacca per salutare la primavera, ora l’aria era tornata ad essere fresca. Si appoggiò alla ringhiera, le braccia conserte, allungando la mano solo per portare la sigaretta alla bocca. La sua Azienda occupava tutto un edificio in un complesso di uffici a nord di Milano, e da dove si trovava poteva vedere uno scorcio della circonvallazione esterna, a quest’ora intasata dalle luci nervose delle macchine. Eppure, quello stesso traffico lo affascinava, adesso che i rumori erano come attutiti dalla stanchezza e dalla voglia di tornare a casa. Già, ad averla una casa, pensò Marco, abbassando lo sguardo. Una vera casa.
Gli parve di vedere, cinque piani più sotto, Alessandro e Christian che uscivano dal palazzo… Ma forse si sbagliava e non erano loro quei due omiciattoli che ora scomparivano dietro l’angolo…. Marco aveva chiesto ad Ale di salutargli Nicki, ma il suo collega non aveva ricambiato, non gli aveva chiesto nulla di Simona… si vede che ormai era chiaro a tutti che aveva dei problemi a casa… E poi la riunione… possibile che Ale non avesse notato che non era in copia alla mail? La verità era che ormai lo stavano escludendo dai progetti più importanti. Stronzi. Doveva decidersi a spedire dei curriculum: Roche, Novartis, Bayer, di farmaceutiche era pieno il mondo, e ancor più Milano. Certo che a quell’ora persino quell’angolo della città, con le auto, i tram e le persone tra i marciapiedi del viale alberato, persino quel luogo gli diveniva caro. Si era ripromesso più volte di scattare una foto da quel terrazzino, ma se lo ricordava solo quando usciva per fumare. Domani lo farò, pensò Marco, lasciando cadere la sigaretta oltre la ringhiera.
Rientrando notò che si era spenta anche la luce dietro la porta del dirigente. Gli unici rumori erano quello basso e costante dei neon e quello, ormai lontano, del carrello del portiere. Quando arrivò presso il proprio open-space vide una lettera sulla moquette del cor-ridoio. Si piegò per prenderla e se la rigirò fra le mani.
Era una piccola busta beige, di quelle in dotazione in Azienda. Non c’era il mittente, e sul retro la carta era stropicciata e rovinata da una doppia striscia di sporco che copriva in gran parte il nome del destinatario.
Marco guardò nel proprio open space e vide che era stato lasciato un pacchetto sul tavolo del suo collega: evidentemente il portiere aveva fermato il carrello, aveva preso il pacco da consegnare facendo cadere una busta a terra, e poi se n’era andato passando sopra alla lettera con le ruote dello stesso carrello. Con quella busta in mano, Marco tornò alla sua postazione, si sedette e mosse il mouse per accendere il video.
La penna con cui era stato scritto l’indirizzo era azzur-ra, una punta grossa e morbida; la calligrafia era larga, femminile si sarebbe detto. Tentò di grattare via lo sporco per leggere il destinatario ma non vi riuscì.
Indeciso sul da farsi, Marco si guardò intorno; e quindi aprì la lettera. Dentro c’erano due cartoncini, poco più piccoli della busta, utilizzati di solito per recapitare ai dottori l’invito ufficiale a convegni medici. La mano e la penna con cui erano stati riempiti questi due foglietti erano le stesse con cui era stato scritto il nome ormai perso del destinatario.
Marco lesse con attenzione la lettera, una, due, altre tre volte, ed ogni tanto si guardava in giro, chiedendosi se si potesse mai trattare di un brutto scherzo. Fece per chiamare la reception, ma rimise subito giù, non solo perché probabilmente il portiere non era ancora tornato alla sua postazione, ma soprattutto perché non avrebbe potuto dargli alcuna informazione utile.
Ragiona Marco, ragiona, cosa ti dice questa lettera?
La rilesse ancora, cercando di soppesare ogni parola e ogni dettaglio.
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